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IO HO GRANDE FIDUCIA IN LEI 
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Data iscrizione: sabato 5 gennaio 2008, ore 18:06
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Messaggio IO HO GRANDE FIDUCIA IN LEI
Il Pm Canepa sceglie Gela: «Ma non è eroismo»

«Dottoressa, stia tranquilla. Piangerà, quando dovrà andarsene». Dal telefono, la voce del cancelliere del Tribunale di Caltagirone rimbalza nitida. Ferma ma consolatoria, quasi aristocratica nella sua tipica cadenza siciliana. E’ il 1989. Anna Canepa è uno scricciolo di donna: bionda, magrolina, fresca di concorso in magistratura. «Piango adesso che devo venirci!» è il pensiero che le si strozza in gola per non deludere l’aspettativa di chi vede nei “giudici ragazzini” l’estremo tentativo di riportare almeno una parvenza di legalità in Sicilia.
Domattina, all’aeroporto l’alba ritroverà Anna come allora: bionda, magrolina, frizzante. Volo destinazione Sicilia. Di nuovo. La meta è Gela, questa volta. Perché il cancelliere fu facile profeta: pianse quando si congedò da Caltagirone e da quella «straordinaria esperienza professionale e umana». Pianse - questo però non lo confessa - anche il 23 maggio del 1992. Quel giorno - alle 17,58 di quel giorno qualsiasi - tre chili di tritolo squarciarono l’autostrada Trapani-Palermo. Un massacro “alla libanese”. La mafia si liberò così di Giovanni Falcone, il Grande Nemico. Con lui morirono la moglie, Francesca Morvillo, e gli uomini della scorta.
Anche lei entrò nel mirino delle cosche, come accade a chiunque ne disturbi i movimenti. Ma non c’è alcun conto da regolare nella decisione che, ora, riconduce Anna Canepa in Sicilia. Pubblico ministero esperto, nell’antimafia c’è rimasta: ha praticamente cancellato “i siciliani” in Liguria, ha gestito una parte rilevante dell’inchiesta sui fatti del G8 di Genova, è impegnatissima come dirigente dell’Associazione nazionale magistrati.
La incontro nel suo ufficio, al nono piano del Palazzo di Giustizia, reduce da Nuoro, ennesimo convegno dell’Anm. Blue jeans, giacchettino blu, camicetta bianca, l’impertinente frangetta che riordina con mossa metodica. Mi spiega: «Tecnicamente si chiama “applicazione”, sei mesi più altri sei, eventualmente. Sicuramente, direi». La sua sede rimane all’ombra della Lanterna. Cinque minuti da casa.
Vien da pensare, procuratore, che Berlusconi abbia una qualche ragione a dire che i magistrati sono “antropologicamente diversi”: perché Gela, in prima linea, quando poteva...
«...non per eroismo. E chiariamolo subito. Nè per diversità di alcun genere: siamo lo specchio della società, noi magistrati, come i politici, i giornalisti, gli avvocati, gli operai. Gela perché cominciai controvoglia l’esperienza di Caltagirone e fin dal primo giorno, invece, mi resi conto che sarebbe stata fondamentale. Professionalmente, perché eravamo alla vigilia del nuovo codice, nel 1989, e umanamente, perché trovai persone straordinarie. Mi sono sempre chiesta come tutto sarebbe stato con la maturità di adesso. C’è l’occasione di verificarlo, ci vado».
A guidare la Procura trova un’altra donna, Lucia Lotti.
«Per la mia decisione è stato un punto dirimente. Fra tante cose che non hanno funzionato, in questi anni, è invece un ottimo risultato il ricambio di dirigenti che c’è stato».
Lei siede nella giunta nazionale dell’Anm: vede che non tutto è da buttare?
«Per fortuna! Nella mia scelta c’entra molto, a proposito, anche questa attività nell’Anm, che ti mette in contatto con la pancia dei problemi. E allora: c’è un “interpello”, c’è bisogno di aiuto. Perché no? Siamo inamovibili per Costituzione, ma bisogna sapersi mettere in discussione e rendersi disponibili. Gela fa paura a tanti...».
E lei ha paura?
«Consapevole».
È una sopravvissuta. Uccisero Falcone...
«Non faccia paragoni azzardati e fuori luogo».
Sta di fatto che per lei avevano bell’e pronto un attentato.
«Non ho vissuto in modo drammatica quanto venne alla luce, non me lo porto dietro in modo drammatico. Al Sud il quotidiano è problematico e certe cose si danno persino per scontate. Senza eroismi, le ripeto. Il mio obiettivo è rigorosamente professionale».
Nuovi stimoli?
«Anche. E’ nel mio carattere. Lavoro con l’entusiasmo del primo giorno, ma ricaricarsi fa sempre bene».
Farà bene anche al suo ruolo di dirigente dell’Anm?
«Ne sono convinta».
Oltre a non essere tenera con la politica, non le manda a dire neppure ai colleghi.
«Se non si parte dall’autocritica non si è credibili. Poi, certo, ognuno ha le sue responsabilità».
Mettiamo sulla bilancia quelle della politica e quelle della magistratura.
«Due terzi e un terzo. Ma i problemi non nascono oggi, oggi semmai sono accentuati. Pensi alla riforma delle circoscrizioni: che senso hanno grandi tribunali con quantità di lavoro minima e piccole strutture dove, al contrario, c’è molto più lavoro?».
Non hanno un senso buono, se il quesito è posto così. Perché accade?
«Campanilismo, clientelismo. E’ una questione bipartisan, come usa dire adesso: in termini di consenso elettorale ha sempre pagato mettere un tribunale, una pretura, una Provincia. Ha pagato metterli, paga tenerli».
E questo che cosa c’entra con le battaglie delle toghe, per esempio sull’indipendenza?
«Le circoscrizioni così concepite creano inefficienza e l’inefficienza rende più facile attaccare la magistratura. I nostri prodotti sono due: dare giustizia e processi rapidi. Non li dai e allora è colpa tua. Più che la politica in senso lato, è il potere esecutivo a soffrire la nostra indipendenza».
Il che porta al grande dibattito sulla separazione delle carriere. Su alcuni punti i due schieramenti principali sembrano (poter) convergere.
«Difatti non è questione di colorazione, è che separando le carriere chi decide le linee dell’esercizio della giurisdizione penale è il potere esecutivo».
Una delle parti del processo finirebbe sotto il controllo del governo.
«Non una delle parti, il controllo avverrebbe all’inizio del processo, sull’avvio dell’azione penale».
Questo quanto peserebbe su un pubblico ministero in prima linea a Gela?
«Nulla, sono argomenti assolutamente diversi. L’uno generale, l’altro con specificità di altro genere».
Quali?
«Un terzo del Paese sta in mano alla criminalità organizzata e in certe sedi prima di entrare in un bar o andare a dormire in un albergo bisogna domandarsi se si possono fare incontri inopportuni o se sono locali in mano alla mafia».
Non è un bel vivere.
«Neppure vivere tirandosi indietro è bello».
E neanche stare sotto scorta.
«Ho sempre incontrato persone straordinarie, come gli uomini della polizia che negli anni si sono occupati della mia sicurezza».
A Gela troverà un sindaco, Rosario Crocetta, che viene indicato come un esempio da seguire.
«Aiuta stare dove il primo cittadino ha certe sensibilità, più che ritrovarsi dove il consiglio comunale è sciolto per infiltrazioni mafiose...».
Avrà il suo da fare: lei così minuta, contro il moloch mafioso.
«Non s’offenda, ma questa agiografia mediatica, quest’enfasi che giornali e tivù mettono nel contrasto alla mafia mi piace poco. La vera, grande battaglia è trovare chi ha rubato un motorino, dirimere rapidamente una controversia: quel che occorre è dimostrare nel quotidiano che non c’è bisogno del capobastone, che la legalità paga. Se funziona la giustizia, se funziona la pubblica amministrazione, non servono clientelismo e voti di scambio. Come può capire, non ho simpatia per i giudici paladini».
A Genova e in Liguria, però, lei impersona la lotta alla mafia. Che ha “asfaltato”.
«Ho fatto il mio lavoro, senza metterci trionfalismi che detesto».
L’ha aiutata l’esperienza di Caltagirone?
«Ovviamente. Là mi ero occupata degli “stiddari”, una cosca nata nell’area Gela-Niscemi: era una costola della famiglia di Piddu Madonia che s’è contrapposta alla famiglia tradizionale. E a Genova ho trovato le persone legate ai Madonia».
Qual è stata la difficoltà?
«Laggiù, fra virgolette, tutto è mafia. La vedi, la senti, la respiri. Qui, anche se le infiltrazioni sono giudiziariamente accertate, è mimetizzata, perché il settentrione è terra dove non ci si deve far notare, qui esporti capitali e reinvesti. Difatti il sistema finanziario è il più esposto, l’anello debole. Sa, “pecunia non olet”...».
A bruciapelo: nei giorni drammatici del crac finanziario globale la mafia ci ha guadagnato?
«A sensazione: sì».
L’autore di “Gomorra”, Roberto Saviano, è sotto tiro della camorra: minaccia di lasciare l’Italia.
«Rispetto alla criminalità organizzata, servono persone che abbiano la capacità di rendere partecipi soprattutto gli indifferenti. Nel silenzio la mafia ha già vinto. Magari, però, a lui gioverebbe un po’ più di understatement, per riacquisire una sua vivibilità».
Il ministro dell’Interno Roberto Maroni dice che Saviano è un simbolo della lotta al crimine, non “il” simbolo.
«Non l’ho ascoltato, ho solo letto qualcosa. Senza fare dell’esegesi non richiesta, credo che Maroni abbia anche voluto proteggerlo. Il gioco pericoloso è proprio individuare “il” simbolo: è più facile isolarlo e questo sappiamo tutti che cosa può voler dire. Isolarne tanti, invece, è difficile, se non impossibile. Allora: uno, cento, mille Saviano».

Fonte: Luigi Leone, IL SECOLO XXI.it


lunedì 20 ottobre 2008, ore 0:49
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